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Smart mobility in Italia, il rapporto Eurispes

Dall’analisi emerge il ritratto di un settore da 220 miliardi di euro, ma bisogna investire su formazione, competenze e politica industriale
12 Ottobre 2026 |
Giulia Galliano Sacchetto

La smart mobility in Italia oltre agli indubbi vantaggi ambientali porta con sé diverse opportunità per industria, occupazione e società. É quanto emerge da uno studio realizzato da Eurispes – dal titolo ‘Smart mobility e trasformazione del lavoro. Impatto economico ed occupazionale in Italia‘ –che ha fotografato la situazione italiana sotto diversi punti di vista, ovvero quelli che coinvolgono l’intero ecosistema: batterie, semiconduttori, reti di ricarica, software e catene di approvvigionamento energetiche.

Smart mobility in Italia: grande potenziale ma poche competenze

Tutto ciò parte dalla Cina che, da diversi anni, è molto avanti sul mercato della smart mobility, con oltre 25 milioni di immatricolazioni ogni anno e oltre il 50% dei brevetti mondiali sulle batterie agli ioni di litio e al sodio.

Spostandolo sguardo all’Europa si nota come il settore dei trasporti produca il 25% delle emissioni di gas serra, motivo per cui l’Ue spinge sull’elettrificazione di più settori possibili, non solo il trasporto passeggeri su gomma, ma anche quello pesante. Ma parlando di elettrico, perlomeno in Italia, rimane sempre il nodo competenze. Stando ai dati, infatti, in Italia la componentistica necessaria per i veicoli elettrici e ibridi potrà generare entro il 2030 circa 20 miliardi di euro di fatturato aggiuntivo e oltre 45mila nuovi posti di lavoro qualificati. Ma non ci sono i lavoratori con le competenze necessaria per ricoprire quelle posizioni.

Eppure, il comparto dei trasporti, dell’automotive e dei servizi digitali collegati vale circa 220 miliardi di euro, pari all’11% del Pil, e impiega oltre 3 milioni di lavoratori. In più, secondo il report di Eurispes in Europa il 35% delle competenze attuali nell’automotive sarà obsoleto entro dieci anni, mentre il 40% dei profili emergenti non trova un’offerta formativa adeguata.

Una situazione che le multinazionali risolvono con corsi di formazione specializzati fatti internamente, mentre le Pmi, che non hanno risorse per aggiornare in tempi rapidi il personale, rimangono indietro.


Giornalista professionista, con alle spalle esperienze in diversi campi, dalla carta stampata al web. Mi piace scrivere di tutto perché credo che le parole siano un’inesauribile fonte di magia.