La smart mobility italiana più privata che pubblica
A parole la smart mobility è qualcosa di ormai collaudato nella vita delle persone. Ma i dati della Fondazione per la sostenibilità digitale rivelano un forte divario tra le dichiarazioni d’intento e i comportamenti reali degli italiani. I dati dell’Osservatorio, sviluppato in collaborazione con l’Istituto di studi politici San Pio V, Confcommercio e Adiconsum, evidenziano, infatti, come la tecnologia nel nostro Paese sia quasi esclusivamente al servizio del trasporto privato.
Le contraddizioni e i divari della smart mobility italiana
Dall’analisi dei dati della Fondazione emerge che il 32% dei consumatori utilizza regolarmente i navigatori satellitari per spostarsi in auto, mentre le applicazioni dedicate alla mobilità alternativa, come il car sharing, il carpooling o le piattaforme per l’acquisto dei biglietti dei mezzi pubblici, vengono usate da minoranze che variano tra il 4 e il 7% della popolazione. Uno scenario figlio anche di profonde disuguaglianze geografiche e generazionali: infatti nei piccoli centri e tra le persone anziane i servizi digitali di smart mobility sono sostanzialmente inesistenti.
Per quello che riguarda i piccoli centri i dati mostrano che nei comuni con meno di tremila abitanti, circa la metà di essi ignora persino l’esistenza delle app per la mobilità integrata o per la biglietteria digitale: una barriera cognitiva che, prima ancora di ostacolarne l’uso, ne azzera la domanda sul mercato. Sul fronte anagrafico, invece, è la fascia di cittadini over 65 ad essere quasi totalmente esclusa dalla mobilità smart: infatti, oltre il 70% non conosce le piattaforme per il trasporto pubblico e nessuno degli intervistati in questa fascia utilizza regolarmente servizi per la mobilità elettrica o dolce, al contrario degli under 34.
La resistenza al cambiamento si riscontra anche nel tessuto produttivo delle microimprese, dove l’auto o il furgone di proprietà restano gli unici mezzi considerati. Più della metà dei piccoli imprenditori dichiara di non conoscere i servizi di condivisione di veicoli e biciclette, né le piattaforme nate per mappare le colonnine di ricarica elettrica. Al contrario, l’adozione regolare di questi strumenti si attesta su una quota marginale compresa tra l’1 e il 2%.
Dalla ricerca emerge, infine, una diffusa confusione culturale sul tema dell’elettrificazione: più della metà del campione considerato, infatti, esprime pareri contraddittori, sostenendo contemporaneamente che gli Ev riducano l’impatto ambientale ma che, allo stesso tempo, inquinino quanto i modelli Ice. Un dato che mette in chiaro quanto lavoro ci sia ancora da fare per far diventare l’elettrico un’alternativa forte all’auto termica.
Giulia Galliano Sacchetto
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